✕
press2-header-icon1
✕
press2-header-icon1
Pink Floyd Echoes

Pink Floyd, “Echoes”: 23 minuti per attraversare un oceano

17 Ottobre 2026
U2 Silencio - carnaval de luz

U2, il ritorno con Silencio: tra preghiera, buio e atto di fede

20 Ottobre 2026

Berklee Indian Ensemble- Quando il jazz incontra l’India e smette di chiedere il permesso

19 Ottobre 2026

Un viaggio dentro uno dei progetti più interessanti della Berklee College of Music, tra musica jazz, progressive rock, pop, improvvisazione e culture musicali senza frontiere.

Non chiamatela semplicemente “world music”

Ci sono definizioni che aiutano a capire la musica e altre che servono soprattutto a tranquillizzare chi la deve catalogare. Il Berklee Indian Ensemble appartiene alla seconda categoria. Jazz? Certo. Musica indiana? Assolutamente. Progressive rock? Quando serve, anche parecchio. Pop, elettronica, improvvisazione, musica mediorientale, poliritmie  e arrangiamenti che sembrano costruiti da qualcuno con una quantità sospetta di spartiti sul tavolo? Anche.

Il punto, però, non è la somma delle etichette. Il punto è il modo in cui queste tradizioni vengono fatte dialogare. Il Berklee Indian Ensemble (BIE), nato nel 2011 per iniziativa della musicista e docente Annette Philip, è partito come ensemble accademico della Berklee College of Music di Boston e si è trasformato nel tempo in un vero progetto professionale internazionale. Nel 2021, dopo dieci anni di attività, il gruppo è diventato la prima formazione professionale itinerante legata direttamente a Berklee. La sua storia è anche quella di una comunità musicale: centinaia di musicisti provenienti da decine di Paesi hanno contribuito al suo percorso.

La cifra del progetto è riassunta molto bene da una domanda che accompagna il lavoro dell’ensemble: “what if?” e “why not?”. Cosa succede se una melodia indiana incontra un arrangiamento rock? Se il konnakol, la tecnica di sillabazione ritmica della tradizione dell’India meridionale, diventa parte di un impianto jazz? Se un violinista di formazione occidentale e mediorientale dialoga con un bouzouki israeliano? La risposta del BIE non è teorica: è sul palco.

Una formazione che è già una dichiarazione

La formazione che prendiamo qui come riferimento è quella composta da Rohith Jayaraman alla voce, Layth Sidiq al violino, Aleif Hamdan alla chitarra elettrica, Yotam Ishay alle tastiere, Guy Bernfeld al basso, Giridaran “Giri” Subramaniam alla tabla e Yogev Gabay alla batteria, con Shankar Mahadevan come voce solista ospite. È importante precisarlo: il Berklee Indian Ensemble non è una band con una line-up immutabile. Nel corso degli anni ha coinvolto numerosi musicisti e diverse formazioni; l’organico indicato rappresenta quindi una specifica incarnazione del progetto, particolarmente significativa per il rapporto con Mahadevan e per la stagione della sua sperimentazione Indo-jazz.

MusicistaRuoloProvenienza indicata
Rohith JayaramanVoce / percussioni vocaliSan Jose, California, USA
Layth SidiqViolinoAmman, Giordania
Aleif HamdanChitarra elettricaJakarta, Indonesia
Shankar MahadevanVoce solistaIndia
Yotam IshayTastiereAfula, Israele
Guy BernfeldBassoHerzliya, Israele
Giridaran SubramaniamTablaBengaluru, India
Yogev GabayBatteriaBe’er Sheva, Israele


Già leggendo i Paesi di provenienza si capisce che il termine “Indian” nel nome non indica un gruppo formato esclusivamente da musicisti indiani. Indica piuttosto un centro di gravità culturale. L’India è il terreno musicale sul quale l’ensemble decide di muoversi, ma ciascun musicista porta con sé una storia diversa. È esattamente questo incrocio a produrre il suono del BIE.

Rohith Jayaraman: la voce come strumento ritmico

Rohith Jayaraman è uno dei volti più riconoscibili della formazione. Nato e cresciuto a San Jose, in California, è stato formato nella musica carnatica dalla madre e guru Asha Ramesh e ha sviluppato una pratica che attraversa jazz, pop, musica araba, metal, Gnawa, elettronica e musica contemporanea. Nel BIE la voce non è soltanto melodia: diventa anche percussione, articolazione ritmica, colore.

È particolarmente evidente nel konnakol, che Jayaraman utilizza con una precisione quasi vertiginosa. È uno degli elementi che permettono al gruppo di costruire ponti tra la complessità ritmica della tradizione indiana e il linguaggio dell’improvvisazione contemporanea. La stessa Berklee ricorda come la sua esperienza nella musica carnatica abbia costituito una delle basi della sua identità artistica.

Layth Sidiq: il violino come punto d’incontro

Il violino di Layth Sidiq porta nel progetto un’altra storia di contaminazione. Nato ad Amman e di origine giordana e irachena, Sidiq ha sviluppato un linguaggio capace di muoversi tra tradizione araba, jazz e musica globale. Nel repertorio del BIE il suo strumento diventa spesso una voce narrativa, non un semplice elemento dell’armonia.

Un esempio significativo è “Unnai Kaanadhu Naan”, dove il violino di Sidiq dialoga con il bouzouki di Yoel Genin in una sorta di botta e risposta melodico. La stessa Berklee descrive quel passaggio come uno degli elementi capaci di portare il brano oltre l’originale tamil, senza cancellarne l’identità.

Aleif Hamdan: dalla chitarra rock al mondo indiano

Aleif Hamdan rappresenta forse una delle traiettorie più emblematiche del BIE. Cresciuto in un ambiente familiare in cui risuonavano Beatles, João Gilberto e James Taylor, ha iniziato con la chitarra classica per poi innamorarsi dell’elettrica. Blues e classic rock sono stati il primo linguaggio, seguiti da jazz e musica globale. L’incontro con la musica hindustani ha poi cambiato prospettiva.

È una parabola perfetta per comprendere l’ensemble: non si tratta di musicisti che abbandonano il proprio retroterra per “suonare indiano”, ma di musicisti che utilizzano ciò che hanno imparato per entrare in una lingua nuova. La chitarra elettrica, quindi, non viene nascosta: viene messa in dialogo con tabla, voce, violino e tastiere.

La sezione ritmica: quando il groove non ha una sola geografia

Guy Bernfeld al basso, Giridaran Subramaniam alla tabla e Yogev Gabay alla batteria costituiscono una sezione ritmica che rende evidente quanto il concetto di “fusion” possa essere riduttivo. La tabla non è un ornamento esotico aggiunto a una batteria occidentale: è un centro ritmico con una propria grammatica. La batteria non serve soltanto a sostenere il tempo: interagisce con essa.

Gabay, israeliano, è stato uno dei musicisti storici dell’ensemble. La sua formazione e il suo approccio alla batteria contribuiscono a trasformare le strutture ritmiche indiane in qualcosa di leggibile anche per un ascoltatore abituato al rock e al jazz. Subramaniam, invece, porta la tradizione della tabla in un contesto nel quale il dialogo, l’improvvisazione e la ricerca timbrica diventano parte integrante dell’arrangiamento.

Yotam Ishay e la funzione delle tastiere

Alle tastiere Yotam Ishay aggiunge un ulteriore livello di profondità armonica. Pianista, compositore e bandleader israeliano, Ishay ha sviluppato un linguaggio che attraversa jazz, musica classica e tradizioni globali. Nel lavoro con il BIE le tastiere diventano spesso il luogo nel quale il materiale melodico e ritmico viene riorganizzato in chiave contemporanea.

È significativo che Berklee attribuisca proprio a Ishay nuovi interludi pianistici nella rilettura di “Dua”: un piccolo dettaglio, ma molto rivelatore. L’arrangiamento del BIE non consiste semplicemente nel prendere un brano e aggiungervi strumenti diversi. È un processo di riscrittura, nel quale ogni musicista può modificare la grammatica del brano.

Shankar Mahadevan e la lezione di “5 Peace Band”

Il rapporto con Shankar Mahadevan rappresenta uno dei momenti più importanti della storia del gruppo. Il riferimento inevitabile è “5 Peace Band”, composizione di John McLaughlin legata alla tradizione di Shakti e della sua successiva incarnazione Remember Shakti. Per il BIE non è una semplice cover: è una dichiarazione di appartenenza a una storia nella quale jazz e musica classica indiana hanno già dimostrato di poter diventare una lingua comune.

La cosa più curiosa, però, è che in questa rilettura Mahadevan non si comporta da ospite che arriva, canta la propria parte e lascia il palco agli altri. Secondo il racconto di Berklee, quando ascoltò l’arrangiamento costruito da Jayaraman, Hamdan, Bernfeld e Gabay rimase talmente colpito dalla precisione e dalla complessità del lavoro da scegliere di non intervenire troppo, limitandosi a un breve intervento percussionistico finale. È un episodio quasi perfetto per raccontare la filosofia del BIE: l’ospite prestigioso non viene utilizzato per certificare il valore della band; entra nella band.

Shuruaat: il disco che ha trasformato un laboratorio in una realtà internazionale

Nel 2022 arriva Shuruaat, parola hindi che significa “inizio”. Il titolo ha qualcosa di ironico, perché arriva dopo un decennio di attività e milioni di visualizzazioni. Ma descrive bene il passaggio: l’ensemble non è più soltanto un progetto universitario diventato virale; è una realtà professionale capace di portare la propria musica su palchi internazionali.

Il disco raccoglie dieci brani e coinvolge complessivamente 98 musicisti provenienti da 39 Paesi. Ci sono quattro composizioni originali e numerose riletture, oltre a collaborazioni con nomi di primo piano della musica indiana come Zakir Hussain, Shankar Mahadevan, Vijay Prakash e Shreya Ghoshal. La candidatura ai Grammy 2023 nella categoria Best Global Music Album ha sancito il salto di scala del progetto: Berklee Indian Ensemble è diventato il primo ensemble ufficiale di Berklee a ottenere una nomination ai Grammy.

La cosa più interessante non è che siano bravi

Naturalmente, tutti i musicisti coinvolti sono tecnicamente impressionanti. Sarebbe difficile arrivare a Berklee, affrontare repertori di questa complessità e costruire arrangiamenti di questo livello senza possedere una preparazione fuori dal comune. Ma fermarsi alla bravura sarebbe riduttivo.

La vera forza del Berklee Indian Ensemble sta nel fatto che la tecnica viene messa al servizio della curiosità. Non c’è il desiderio di dimostrare che la musica indiana può essere “modernizzata”, come se avesse bisogno di un certificato occidentale. E non c’è nemmeno la pretesa opposta di conservare una tradizione sotto una campana di vetro. C’è piuttosto l’idea che una tradizione viva sia una tradizione capace di incontrare qualcosa che non conosce.

È un atteggiamento profondamente jazz, in fondo. Ascoltare. Rispondere. Trasformare. Lasciare spazio all’altro musicista. E soprattutto accettare che il brano, dopo essere passato attraverso otto musicisti provenienti da mondi diversi, possa non essere più esattamente quello che avevamo immaginato all’inizio.

Basta leggere di contaminazione musicale: adesso fatevi contaminare le orecchie!

Guardate il video del brano recensito, alzate il volume e lasciatevi trascinare nel mondo del Berklee Indian Ensemble, dove jazz, musica indiana e sperimentazione si incontrano senza chiedere il permesso. Sottopalco vi ha raccontato la musica. Ora tocca a voi ascoltarla!


Il Luigi Pensiero

Forse il merito più grande del Berklee Indian Ensemble è ricordarci che la contaminazione funziona solo quando nessuno arriva al tavolo con l’intenzione di insegnare agli altri come si fa. Si ascolta, si prova, si sbaglia, si ricomincia. E alla fine magari viene fuori un brano che non appartiene più a nessuno: che, guarda caso, è proprio il modo migliore per farlo appartenere a tutti.


Read next
21 Ottobre 2026

Les McCann, il jazz con il soul sotto pelle

Il pianista che portò il jazz fuori dai confini del genere e lasciò il segno anche dove forse non ce lo aspettavamo Ci sono musicisti che sembrano parlare soprattutto agli appassionati del loro genere. E poi ci sono quelli che, magari senza che ce ne […]
favicon
Questo sito utilizza cookies per migliroare la tua esperienza. Usando il sito accetti la Privacy Policy.
Leggi di più