24 ottobre 2026. La serata è un po’ fredda, l’erba di Piazza di Siena a Roma è umida, lo scalpiccio dei passi riverbera tra i fili verdi brillanti. Il giorno prima è piovuto un poco, ottobre sembra aver deciso di accompagnarci quasi in anticipo verso l’inverno.
Anche il 24 ottobre del 1982 la pioggia a un certo punto aveva deciso di passare a salutare Claudio Baglioni e i 150mila fan radunati per il concerto di chiusura del tour Ale Oò. Qualcuno di loro è qui anche stasera nel 2026, quarantaquattro anni dopo. Lo si riconosce subito tra la folla in fila ordinata per entrare, si annuncia a voce alta orgoglioso e sorridente mentre annoda stretta sul collo la fascetta con la foto di Claudio.
Ad aprire il concerto stasera è un uomo alto, gentile, che in quel tempo passato era ancora solo una promessa, avveratasi poi in uno dei brani più incantevoli mai scritti per celebrare una vita nuova, “Avrai”. Giovanni Baglioni sale sul palco e stupisce la platea con il suo fingerstyle prima di cedere il posto al padre, in un ideale passaggio di testimone. “Notte di note, note di notte” irrompe nell’aria a tempo col rumore della terra che gira; è cantata dalle coriste, Claudio si aggiungerà sul finale. Può iniziare la festa.
Qui in questa via di nessuno c’è subito spazio per l’inedito Che notte è questa. Si prova a stare seduti sulle sedie ma la trepidazione degli oltre seimila presenti è straripante. I pannelli modulari della scenografia trasformano il luogo in un incantesimo visivo a ogni brano. E la strofa Accorrete pubblico, gente grandi e piccoli al suo numero magico di Acqua dalla luna sembra compiersi pienamente mentre i ledwall rimbalzano colori brillanti e danzatori stilizzati. Molti nel pubblico sono in piedi, a lato delle file ordinate di sedie. Una donna si accoccola nell’abbraccio del suo compagno e per un istante il freddo sembra dissolversi.
Poco dopo è tempo di brividi diversi, gli schermi accolgono il viso rabbuiato di bambini. Dove sono i giorni di domani, le caramelle ciucciate nelle mani di tutti gli uomini persi. Si fa fatica a immaginarli in Questura, punibili e spaventati ma leggeri come stracci e dove fanno a botte. Le parole di Uomini persi dovrebbero costituirsi Patrimonio dell’Unesco, possiedono la maestosità del colonnato di San Pietro.
La voce di Claudio è stabile, i brani sono riadattati nelle tonalità per non farlo affaticare troppo. Ha voglia di raccontarsi, di emozionarsi e trasmettere la gioia che lo abita. Siamo ormai oltre la metà del concerto quando sul palco lo raggiunge di nuovo Giovanni per il brano Con tutto l’amore che posso.
Le sorprese però non sono ancora finite. Poco dopo è tempo di medley, presentati in una forma particolarmente accattivante. Il primo è La via dei colori gialli e parla di solarità. I brani sfilano lievi, spicca su tutti Porta portese. A seguire La via dei colori rossi e la passione di canzoni come Amore bello, Solo per finire con La via dei colori blu e la nostalgia dipinta nei versi di Poster o Cuore di aliante. Ormai anche i fili di erba umida sembrano intonare i cori a voce piena. Il suono della chitarra arpa indugia sul cuore come la carezza consolatoria di una madre, siamo tutti consapevoli di essere una rete di cellule armoniche in questa notte di stelle distratte.
Gli ultimi brani sfilano veloci tra occhi lucidi e mani che si stringono. Nessuno ha voglia di tornare a casa o di salutare. Lo si fa solo per rispettare tutti insieme un verso.
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso, figlio di un cielo così bello perché la vita è adesso.























