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U2, il ritorno con Silencio: tra preghiera, buio e atto di fede

20 Ottobre 2026

Sicché sono tornati. A sort of homecoming.

E no, non è un ritorno che riguarda i due fratelli Gallagher e la lotteria per i concerti Oasis 2027.

Qui si parla di Adam, David, Larry e Paul.

Nell’estate del 2026 in un clima torrido stravolto da el Niño siamo stati quasi obbligati a imparare a parlare spagnolo anche da dentro i nuovi brani della band irlandese per eccellenza, gli U2. Carnival De Luz è il titolo scelto dai quattro di Dublino per il sedicesimo album, in uscita a breve, una sorta di messaggio cifrato per festeggiare il cinquantesimo anniversario della band (Carnival come festeggiamento, L per indicare in numero romano il 50, UZ per citare la band U2). È dal 2004, dai tempi di “Uno, dos, tres, catorce!” in Vertigo che Bono &Co saltellano sulle parole e metriche spagnoleggianti, con discreto successo.

Finora sono tre i singoli estratti anticipatamente. Io ho scelto di raccontarvi Silencio.

Chiudete gli occhi e venite con me a note nude nel parco.

Silencio sembra mantenere la ruvidezza della carta vetrata insieme all’urgenza di uno sparo. Il primo impatto col brano riporta a sonorità già attraversate (nella stessa Vertigo come in Elevation…da lontano anche The Fly strizza l’occhio qua e là) e la timbrica del basso richiama alcune sonorità già ascoltate in Billie Eilish.

Siamo al secondo singolo (il primo è stato Streets of dreams a luglio) eppure sembra che i ragazzi di Dublino abbiano scelto questi centocinquantaquattro secondi per urlare al mondo il loro ritorno. A dispetto del titolo.

È un brano che ha una sua fisicità concreta. Nelle immagini del video girato dal collettivo di registi Cliqua a Città del Messico, dove parte del testo è sovrimpresso in modo quasi materico imitando la pittura stesa a mano libera. Si avvicina anche così a quel mondo surf-punk da cui in qualche modo sembra trarre origine.

È fisico nel suono scabro e aspro dove il riff della chitarra, il basso molto presente e la spinta ritmica generale (resa più incisiva dalla progressione e gli accenti della chitarra di The Edge) marcano un territorio che è sabbia e arsura, angoscia, miseria e speranza mischiate dentro la cassa e il suo battere inquieto. Silencio diventa infine argilla umida da maneggiare quando ne si esplora il testo.

A partire dal centro del brano e quel ripetersi di It’s when I’m with you, I miss you the most. Di chi stiamo parlando? Del silenzio visto come dimensione di preghiera e spazio dell’anima espresso nella prima strofa, di una modalità di oppressione e controllo sociale come nella seconda parte del brano oppure ancora del silenzio come luogo di espressione di ogni sfaccettatura umana? Una sorta di tavolozza ancestrale in cui coesistono il diavolo e l’anima, il giusto e lo sbagliato. Laddove Bono canta “dressed like a devil but tonight you’re the host of the Father, Son and the Holy Ghost” sembriamo essere lontani da With or without you e molto più attigui al terreno di Bullet the blue sky.



Con Silencio gli U2 scelgono di interrogarsi su un mondo dove cupezza e disincanto ogni giorno guadagnano terreno. La domanda è dove sia finito il nostro amore ma la risposta vuole essere altrettanto coraggiosa. Se vogliamo credere che davvero ci sarà una dimensione divina a proteggere chi non ha voce (come suggerisce la frase My son is listening if you got no voice) dobbiamo anche mantenere la lucidità e la responsabilità di essere  umani. There are things you can get used to or not. Alla violenza, la sopraffazione sul più debole, non vogliamo abituarci.

Nel 1993 in Stay intonavano and if you shout, I’ll only hear you; nel 2026 continuiamo ad ascoltare il loro messaggio in Silencio.

Può sembrare una contraddizione, è un atto di fede.


Altro su U2: Street of Dreams



Ascolta Silencio degli U2 su Spotify:


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