Queens of the Stone Age: la recensione di “Perfecth”
Ci sono band che invecchiano ripetendo se stesse per paura di perdersi, e poi ci sono i Queens of the Stone Age. Per capirlo basta guardare i loro dischi: il logo cambia font ogni volta, quasi a ricordarci che l’identità non è un perimetro fisso, ma un organismo vivo. Con Perfecth, Josh Homme e compagni non cercano di impressionare nessuno. Non ci sono i riff furiosi che ti travolgono al primo ascolto, né la smania di provocare a tutti i costi. C’è invece la calma profonda di chi ha attraversato la tempesta — la malattia, il dolore, le cicatrici personali — ed è riemerso dall’altra parte con la consapevolezza che non serve alzare il volume per farsi sentire davvero.
Se il capitolo Alive in the Catacombs ci aveva mostrato un lato teatrale, spogliato e quasi notturno del gruppo, questo nuovo lavoro rappresenta quello che Homme definisce senza mezzi termini un “terzo atto”. È il momento in cui la rabbia e la scoperta lasciano il posto alla ricerca di una pace intima, senza per questo spegnere la fiamma della composizione.
Il fascino di un mosaico scombinato
Dal punto di vista sonoro, Perfecth è un meraviglioso patchwork. Registrato in studi differenti sparsi in giro per il mondo e cucito insieme da Homme e Mikey Shuman, il disco si muove con la libertà imprevedibile di un mixtape d’altri tempi. È un caleidoscopio di visioni che si intrecciano senza mai perdere il filo della narrazione:
- L’eleganza della resa: Il disco si apre come un sipario su un valzer lento e orchestrale con “It’s Only Love”, per poi scivolare nell’incedere notturno di “Insignificant Other”, una canzone d’addio priva di qualsiasi rancore.
- L’ironia e la provocazione sottile: Tra gli episodi più irresistibili spicca l’energia un po’ camp di “Where The Goth Girls At?”, affiancata dall’esperimento spiazzante di “Easy Street” (con la voce di Nikki Lane), un brano che mescola battimani, accenni flamenco e strizzate d’occhio al David Bowie più teatrale.
- Il gioiello nascosto: La vera perla del disco si chiama “Mono”, un brano sospeso nel tempo che sembra il parente più stravagante di “Kalopsia”, perfetto per perdersi in un ascolto a fari spenti.
Fantasmi del passato e nuove consapevolezze
La seconda metà dell’album spalanca le porte ai ricordi e alle collaborazioni storiche. “Sunday”, nata anni fa nel deserto di Joshua Tree durante il periodo di Post Pop Depression con Iggy Pop, viene ripescata e rivestita di un’anima soul ruvida e calorosa. Poi la batteria inconfondibile di Dave Grohl spinge “Run Away From The Mob” — un’eredità delle sessioni di …Like Clockwork — dove la rabbia contro il rumore e il giudizio permanente della rete si trasforma in una stanchezza dolce, quasi riflessiva.
In appena 36 minuti, Perfecth si chiude sulle note acustiche di “Phantom Limb”, una ballata intima che riporta a galla l’essenza più autentica del grunge anni Novanta.
La bellezza dell’imperfezione
Non è l’album più duro dei QOTSA, e forse nemmeno quello destinato a mettere d’accordo tutti al primo impatto. Ma è un disco spaventosamente umano. Accetta con umiltà che la perfezione non è un punto d’arrivo, ma una tensione costante. Chi cerca l’impatto immediato dovrà cercare altrove; chi invece vuole ascoltare una grande rock band che continua a mettersi a nudo e a cambiare pelle con dignità, troverà in Perfecth qualcosa di prezioso da custodire. L’unica vera urgenza, adesso, è quella di vederli difendere queste canzoni sopra un palco.
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