Prima di dire “I Genesis? Quelli di Invisible Touch?”
Se dico Genesis, qualcuno pensa subito a Peter Gabriel con il trucco teatrale e i costumi improbabili; qualcun altro a Phil Collins, alla batteria, alla voce calda e a quei ritornelli che negli anni Ottanta sembravano arrivare da ogni radio accesa. C’è chi tira fuori “Supper’s Ready” e si prepara a una spedizione di venti minuti, e chi invece sente partire “Invisible Touch” e si ritrova a cantarla prima ancora di ricordarsi dove l’ha ascoltata.
La cosa bella è che hanno ragione tutti. I Genesis sono stati capaci di essere una band di culto per chi ama il progressive rock e, contemporaneamente, una macchina pop da classifica. Il punto non è scegliere quale delle due versioni sia quella vera: è scoprire come una band nata tra i banchi di una scuola inglese sia riuscita a passare da racconti visionari, suite monumentali e personaggi surreali a canzoni compatte, radiofoniche e irresistibili. E, soprattutto, come abbia fatto a restare riconoscibile durante una trasformazione così profonda.
Fondati nel 1967 a Godalming, nel Surrey, i Genesis attraversano oltre mezzo secolo di storia del rock. La loro vicenda non è una linea retta: è un romanzo con cambi di protagonista, capitoli sperimentali, successi planetari, addii e ritorni. Se volete davvero conoscerli, il consiglio è semplice: non fermatevi al singolo famoso. La parte migliore comincia quando si apre l’album.
I protagonisti: una band, molte personalità
Tony Banks è il grande architetto armonico del gruppo. Alle tastiere costruisce paesaggi, accordi inattesi e temi che possono essere solenni, inquieti o sorprendentemente pop. È uno dei due membri rimasti sempre al centro della storia dei Genesis, insieme a Mike Rutherford.
Mike Rutherford è il musicista che cambia ruolo con naturalezza: basso, chitarra elettrica, chitarra classica dodici corde, linee melodiche e strutture portanti. La sua scrittura contribuisce tanto alle atmosfere acustiche degli inizi quanto alla solidità del suono più elettrico e diretto degli anni successivi.
Peter Gabriel, voce e presenza scenica della prima grande stagione, è stato un narratore fuori dagli schemi. Nei concerti trasformava le canzoni in piccoli spettacoli teatrali, con maschere, costumi e personaggi che sembravano usciti da un sogno febbrile. La sua voce poteva essere fragile, inquietante o feroce: perfetta per le storie ambigue dei primi Genesis.
Phil Collins entrò nel gruppo nel 1970 come batterista e diventò poi la voce principale dopo l’uscita di Peter Gabriel. Il suo contributo non fu soltanto quello di sostituire un cantante: la sua sensibilità ritmica, la capacità di costruire cori e il senso della melodia orientarono il gruppo verso un linguaggio diverso. E sì, dietro il cantante pop c’è un batterista di grande personalità, con un fraseggio riconoscibile e un gusto per gli incastri ritmici tutt’altro che banale.
Steve Hackett, entrato nel 1971, portò un modo particolare di usare la chitarra: fraseggi lirici, timbri sperimentali, assoli che non cercavano necessariamente il virtuosismo da stadio. Il suo contributo fu fondamentale nella stagione classica del progressive.
Prima di questa formazione, il nucleo originario comprendeva anche Anthony Phillips alla chitarra e Chris Stewart alla batteria; negli anni successivi si alternarono altri musicisti, tra cui John Mayhew e, molto più tardi, Ray Wilson alla voce. Ma il cuore più spesso associato ai Genesis è quello dei cinque: Gabriel, Collins, Banks, Rutherford e Hackett.
Gli inizi: quando il rock aveva voglia di raccontare storie
Il primo album, From Genesis to Revelation (1969), è ancora lontano dal suono che renderà celebre la band. È un disco acerbo, segnato da atmosfere pop e arrangiamenti che non anticipano del tutto la complessità futura. Ma ascoltarlo è utile: permette di sentire una band che sta ancora cercando il proprio linguaggio.
Con Trespass (1970) il gruppo comincia a prendere una direzione più personale. Le chitarre acustiche a dodici corde, le tastiere di Banks, le dinamiche ampie e i testi visionari diventano ingredienti essenziali. Dopo l’uscita di Anthony Phillips, l’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett contribuisce a definire la formazione che inciderà alcuni dei dischi più importanti del progressive britannico.
Nursery Cryme (1971), Foxtrot (1972) e Selling England by the Pound (1973) sono una specie di trilogia ideale per chi vuole capire la band classica. Ci trovate racconti surreali, atmosfere pastorali che diventano improvvisamente minacciose, cambi di tempo, lunghe sezioni strumentali e melodie che restano in testa anche quando la canzone sembra essersi persa in un labirinto.
In Foxtrot c’è “Supper’s Ready”, una suite di circa ventitré minuti che per molti fan è una vetta assoluta del gruppo. Non è il brano da mettere come sottofondo mentre si cerca parcheggio: pretende attenzione, pazienza e un pizzico di disponibilità a farsi portare altrove. Ma è anche un esempio straordinario di come i Genesis sappiano far convivere episodi musicali molto diversi dentro un’unica narrazione.
Selling England by the Pound contiene “Firth of Fifth”, con la sua introduzione pianistica e il celebre assolo di chitarra di Hackett, e “I Know What I Like (In Your Wardrobe)”, una delle prime canzoni a far intravedere una strada più immediata. Nel 1974 arriva The Lamb Lies Down on Broadway, un doppio concept album che racconta il viaggio surreale di Rael, ragazzo portoricano catapultato in una sequenza di visioni, incontri e trasformazioni. È un’opera ambiziosa, a tratti spiazzante, che va affrontata più come un film onirico che come una raccolta di singoli.
Il consiglio? Se siete curiosi ma non sapete da dove cominciare, ascoltate prima “The Cinema Show”, “Firth of Fifth”, “The Musical Box” e “The Carpet Crawlers”. Poi, quando vi verrà voglia di capire da dove arrivino quelle atmosfere, concedetevi l’album intero. I Genesis danno il meglio quando le canzoni si parlano tra loro.
Il passaggio di testimone: Gabriel se ne va, Collins prende il microfono
Nel 1975 Peter Gabriel lascia il gruppo. Per una band costruita anche intorno alla sua personalità teatrale, la notizia sembra quasi una sentenza. I Genesis, invece, decidono di non cercare un clone. Dopo aver provato numerosi cantanti, scelgono Phil Collins, che fino a quel momento era stato soprattutto il batterista e una delle voci nei cori.
A Trick of the Tail (1976) dimostra che la band può continuare senza perdere la propria identità. “Dance on a Volcano”, “Entangled” e “Los Endos” mostrano una formazione ancora avventurosa, ma con un nuovo centro emotivo. Wind & Wuthering, uscito nello stesso anno, è più malinconico e atmosferico; contiene brani come “Afterglow” e conferma quanto Banks, Rutherford, Collins e Hackett sappiano costruire musica complessa senza sacrificare il sentimento.
Nel 1977 Hackett lascia a sua volta il gruppo. I Genesis diventano un trio: Banks, Rutherford e Collins. La riduzione dell’organico porta anche a un cambiamento nel modo di comporre e suonare. Il suono si fa progressivamente più asciutto, le canzoni più brevi e il ritornello assume un ruolo sempre più centrale. Non è una metamorfosi improvvisa: è una trasformazione che si sviluppa disco dopo disco.
Il trio: quando il progressive incontra il pop
Con …And Then There Were Three… (1978) si sente il passaggio verso una scrittura più compatta. “Follow You Follow Me” diventa un momento decisivo: una canzone d’amore essenziale, luminosa, con un ritornello che apre una porta nuova al gruppo. Il progressive non scompare, ma impara a convivere con la forma-canzone.
Duke (1980) è uno dei dischi più riusciti di questa fase. “Turn It On Again” ha un andamento ritmico ingannevole e un’energia contagiosa; “Duchess” costruisce una piccola storia di ascesa e declino; “Misunderstanding” e “Behind the Lines” mostrano due facce diverse della nuova scrittura. Qui i Genesis non stanno semplicemente semplificando: stanno imparando a essere diretti senza rinunciare agli arrangiamenti intelligenti.
Abacab (1981) spinge ancora più avanti la ricerca di un suono moderno, con una produzione più asciutta e aperture verso la scena pop-rock contemporanea. Il disco divide chi rimpiange le lunghe suite e conquista chi apprezza una band capace di reinventarsi. È un passaggio importante proprio perché non cerca di rassicurare tutti.
Il successo cresce con Genesis (1983), l’album spesso chiamato “Mama” per distinguerlo dal nome del gruppo. “Mama” è cupa, ossessiva e costruita su un crescendo vocale memorabile; “That’s All” ha una leggerezza quasi beffarda; “Home by the Sea” e “Second Home by the Sea” dimostrano che il trio non ha dimenticato come costruire un brano articolato, ricco di atmosfera e sviluppo strumentale.
Il grande successo: Invisible Touch e We Can’t Dance
Nel 1986 arriva Invisible Touch, il disco che porta i Genesis al massimo della popolarità internazionale. La title track è un concentrato di immediatezza; “Land of Confusion” unisce un ritornello irresistibile a un testo politico; “Tonight, Tonight, Tonight” conserva una dimensione notturna e più ampia; “Throwing It All Away” e “In Too Deep” mostrano la vena sentimentale del gruppo. E poi c’è “Domino”, divisa in due sezioni, che ricorda agli ascoltatori che dietro il successo radiofonico ci sono ancora musicisti con una notevole capacità di costruire architetture sonore.
I video musicali e la diffusione di MTV aiutano a rendere il gruppo familiare a un pubblico enorme. Ma ridurre questa fase a una semplice rincorsa alle classifiche sarebbe ingeneroso: il trio aveva affinato un linguaggio personale, in cui batteria, tastiere, basso e chitarra sostenevano canzoni brevi e precise, ma con dettagli ritmici e armonici che meritano ascolti ripetuti.
We Can’t Dance (1991) continua la stagione di grande successo. “No Son of Mine” affronta il dolore di una famiglia spezzata; “Jesus He Knows Me” è una satira feroce dei predicatori televisivi; “I Can’t Dance” gioca con ironia sull’immagine e sullo spettacolo; “Driving the Last Spike” racconta la vita dei lavoratori che costruirono le ferrovie britanniche. Anche nella fase più commerciale, quindi, i Genesis non si limitano a scrivere canzoni d’amore: sanno osservare il mondo e raccontarlo da angolazioni differenti.
L’ultimo capitolo e i ritorni
Dopo l’uscita di Phil Collins nel 1996, Tony Banks e Mike Rutherford proseguono con il cantante Ray Wilson e pubblicano Calling All Stations (1997). È un album spesso trascurato, anche perché si trova a fare i conti con l’ombra enorme della formazione precedente. Riascoltarlo oggi senza aspettarsi un nuovo Invisible Touch permette di apprezzarne alcuni momenti e di capire quanto fosse difficile dare una nuova identità a un nome tanto importante.
La formazione classica del trio si riunisce per il tour Turn It On Again del 2007. Nel 2020 viene annunciato un nuovo ritorno di Collins, Banks e Rutherford, con il tour The Last Domino?, inizialmente previsto per il 2020 e poi rinviato dalla pandemia. La tournée si svolge tra il 2021 e il 2022 e diventa l’ultimo capitolo dal vivo della band, che nel marzo 2022 annuncia il ritiro definitivo dalle scene.
Da dove cominciare? E perché non fermarsi lì
Se non avete mai ascoltato un album dei Genesis per intero, vi propongo tre porte d’ingresso, a seconda del vostro umore.
Per chi ama il rock avventuroso: Selling England by the Pound. È il punto in cui la scrittura è ricca, il gruppo è in stato di grazia e la complessità non diventa mai un esercizio fine a se stesso.
Per chi vuole entrare nel mondo narrativo di Peter Gabriel: The Lamb Lies Down on Broadway. Mettetevi comodi, leggete magari il testo o una guida alla storia di Rael, e lasciatevi portare. Non tutto deve essere capito al primo ascolto.
Per chi arriva dai grandi successi radiofonici: Invisible Touch. È un album brillante, ma anche un ottimo modo per scoprire che dietro i singoli c’è una band con una storia musicale molto più articolata.
Poi fate una cosa semplice: tornate indietro e andate avanti. Confrontate Trespass e Duke, ascoltate come cambia il ruolo della batteria, seguite l’evoluzione delle tastiere di Banks, osservate come Rutherford passa dalle chitarre acustiche a un linguaggio più essenziale. Ascoltate i dischi di Gabriel e Hackett dopo l’uscita, e quelli di Collins e Rutherford in parallelo alla band: non per trasformare la storia in una gara a chi è stato più bravo, ma per capire quante strade diverse si nascondessero dentro lo stesso gruppo.
Una discografia così lunga non si esaurisce con una playlist di greatest hits. Le raccolte sono comode, certo, ma raccontano soprattutto i momenti che hanno funzionato subito. Gli album raccontano anche le deviazioni, gli azzardi, i brani che all’inizio sembrano ostici e poi, dopo qualche ascolto, diventano quelli a cui si torna più volentieri.
Ascolta la discografia completa dei Genesis su Spotify:
Il Luigi Pensiero
La cosa bella dei Genesis è che non vi chiedono di essere sempre la stessa persona mentre li ascoltate. A volte vi basta un ritornello da cantare in macchina; altre volte avete voglia di perdervi per venti minuti in una suite che cambia paesaggio ogni tre curve. Loro hanno fatto entrambe le cose, e spesso con la stessa serietà. Perciò non scegliete tra il Peter Gabriel con il costume improbabile e Phil Collins che domina le classifiche: tenetevi entrambi. La musica è abbastanza grande da farli stare nella stessa stanza.























