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Ci sono musicisti che sembrano parlare soprattutto agli appassionati del loro genere. E poi ci sono quelli che, magari senza che ce ne accorgiamo, finiscono nelle nostre orecchie anche se ascoltiamo tutt’altro. Les McCann apparteneva decisamente alla seconda categoria: pianista, cantante, autore e uomo di musica capace di far incontrare jazz, blues, gospel e funk con una naturalezza disarmante.

McCann è morto il 29 dicembre 2023, a 88 anni. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto importante nel mondo del jazz, ma la sua storia merita di essere raccontata anche a chi, davanti alla parola “jazz”, immagina automaticamente un locale fumoso, musicisti serissimi e qualcuno che annuisce con aria da profondo intenditore. Niente di tutto questo è necessario per apprezzare Les McCann. Basta lasciarsi prendere dal ritmo.

Un musicista che non aveva voglia di stare in una sola casella

McCann si avvicinò alla musica da ragazzo e imparò a suonare il pianoforte in gran parte da autodidatta. La sua formazione portava con sé il blues e il gospel, quella musica nata nelle chiese afroamericane in cui la voce non si limita a cantare una melodia: la spinge, la racconta, la fa diventare esperienza condivisa. In seguito avrebbe portato quella stessa energia nel jazz.

Il suo stile viene spesso definito “soul jazz”. Tradotto è jazz con un forte senso del groove, melodie che restano in testa, il calore del blues e l’energia del gospel. La tecnica c’è, eccome, ma non si mette in mostra. McCann non suonava per ricordarci quanto fosse bravo; suonava per farci sentire qualcosa. E, se possibile, per farci muovere un po’ sulla sedia.

Nel corso di una carriera lunga decenni ha pubblicato più di cinquanta album come leader, collaborando con musicisti importanti e attraversando territori diversi: dal pianoforte acustico alle tastiere elettriche, dal jazz più diretto alle sonorità funk e alle sperimentazioni elettroniche. Non era il tipo da mettere un recinto intorno alla propria musica e poi chiedere il permesso per uscirne.

“Compared to What”: una canzone, un palco e una scintilla

Se c’è una registrazione che permette di entrare nel mondo di McCann senza fare anticamera, è “Compared to What”, contenuta nell’album dal vivo “Swiss Movement”, registrato nel 1969 al Montreux Jazz Festival insieme al sassofonista Eddie Harris e al trombettista Benny Bailey.

Il brano parte con un pianoforte insistente, un ritmo che avanza senza chiedere scusa e una voce ruvida, quasi conversata. Il testo, scritto da Gene McDaniels, era una critica sociale e politica, in un’epoca segnata dalle proteste contro la guerra in Vietnam. La performance dal vivo trasformò il pezzo in uno dei momenti più riconoscibili della carriera di McCann.

Quell’esecuzione nacque quasi come un’avventura: i musicisti sul palco si ritrovarono a suonare insieme senza una lunga preparazione. Eppure la musica sembra avere un’intesa immediata, come quando in una conversazione qualcuno completa la frase dell’altro senza bisogno di mettersi d’accordo prima. Il disco divenne un successo ben oltre il pubblico abituale del jazz.

La sua musica è arrivata anche all’hip-hop

Forse il modo più curioso per capire quanto sia stata ampia l’influenza di Les McCann è guardare a quello che è successo molti anni dopo. Le sue registrazioni sono state campionate da numerosi artisti hip-hop: in pratica, produttori e musicisti hanno preso frammenti dei suoi brani, un giro di piano, un ritmo, un suono particolare, e li hanno trasformati in materiale per nuove canzoni.

Insomma, se vi è capitato di sentire un campione di pianoforte caldo, un groove che sembra avere polvere di vinile e vita vissuta dentro, non è impossibile che da qualche parte ci sia anche un’eco di quel mondo. La storia della musica popolare è piena di ponti invisibili; Les McCann ne ha costruiti parecchi.

Da dove cominciare ad ascoltarlo?

Non serve affrontare una discografia di oltre cinquanta album come se fosse una maratona con il cronometro. Il modo migliore è partire da un paio di porte d’ingresso e vedere dove portano.

  • Swiss Movement (1969) Il punto di partenza più immediato. La versione di “Compared to What” è il biglietto da visita ideale: energia dal vivo, tensione, ritmo e una voce che non cerca di essere educata a tutti i costi.
  • Compared to What  Ascoltatela concentrandovi su come il pianoforte e la voce si rincorrono. Il brano ha un messaggio preciso, ma non perde mai il contatto con il groove.
  • Invitation to Openness (1972) Per chi vuole scoprire il lato più ampio e sperimentale di McCann, con più spazio, colori e viaggi sonori.
  • Layers (1973) Un esempio della sua curiosità per le tastiere e le sonorità elettroniche. McCann non aveva paura di esplorare strumenti e linguaggi nuovi.

ASCOLTA LA COMPILATION



Il Luigi Pensiero

La musica non ha l’obbligo di chiederti la tessera del club prima di farti entrare. Les McCann lo dimostra benissimo: puoi arrivare dal blues, dal funk, dal soul, dall’hip-hop o semplicemente da una giornata in cui hai bisogno di ascoltare qualcosa che abbia un po’ di vita dentro. Il jazz, quando incontra musicisti come lui, smette di sembrare una musica per pochi eletti e torna a essere quello che dovrebbe essere sempre: persone che comunicano attraverso i suoni.

Più di cinquanta album non sono soltanto un numero da inserire in una biografia. Sono decenni di curiosità, tentativi, collaborazioni e voglia di non ripetersi. Se non conoscete Les McCann, non preoccupatevi di sapere da dove cominciare nel modo “giusto”: mettete su “Compared to What” e ascoltate. Se dopo qualche secondo il piede comincia a tenere il tempo, siete già sulla strada buona.

E se invece lo conoscete già, questo è un buon momento per tornare a trovarlo. Le persone se ne vanno; certi groove, per fortuna, hanno meno intenzione di andarsene.



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