Paco de Lucía, Al Di Meola e John McLaughlin – 15 ottobre 1996
Quando tre maestri si incontrano e si ascoltano.
Ci sono dischi che mettono insieme grandi musicisti e dischi in cui, per qualche strana alchimia, quei musicisti smettono di essere tre nomi sullo stesso cartellone e diventano una sola conversazione. The Guitar Trio appartiene alla seconda categoria. Paco de Lucía, Al Di Meola e John McLaughlin: tre personalità enormi, tre storie diverse, tre modi di intendere la chitarra. E nessuno dei tre ha bisogno di alzare la voce per dimostrare di essere il più bravo.
Pubblicato il 15 ottobre 1996, l’album riunisce i tre chitarristi dopo tredici anni dalla precedente registrazione in studio come trio. È il loro terzo lavoro insieme, dopo Friday Night in San Francisco (1981) e Passion, Grace and Fire (1983). Registrato tra maggio e luglio del 1996 ai Real World Studios in Inghilterra, è un disco interamente strumentale che attraversa flamenco, jazz, fusion e suggestioni latin, con un approccio più riflessivo e meditato rispetto all’energia quasi esplosiva del celebre live di San Francisco.
Il risultato è una lezione di virtuosismo, certo, ma soprattutto un esempio di ascolto reciproco. Qui la tecnica non è una gara a chi riesce a infilare più note in una battuta: è un modo per dare forma a idee musicali, per rispondere a una frase, per lasciare spazio e poi tornare a riempirlo con una linea inattesa. Come ha spiegato la Fundación Paco de Lucía, il chitarrista spagnolo vedeva questi incontri non come un tentativo di smettere di essere flamenco per diventare jazzista, ma come un’occasione per imparare e riportare quella crescita nella propria musica.
Paco de Lucía: il flamenco con le porte spalancate
Paco de Lucía (1947–2014) è stato uno dei più grandi innovatori della chitarra flamenca. Nato ad Algeciras, in Andalusia, ha portato il flamenco a un pubblico internazionale senza smussarne la forza ritmica, la tensione e il legame profondo con la tradizione. Il suo tocco è immediatamente riconoscibile: attacco percussivo, velocità vertiginosa, precisione e una capacità di far cantare la chitarra anche quando le dita sembrano correre più veloci del pensiero.
La sua curiosità lo spinse a collaborare con musicisti provenienti da mondi diversi, tra cui McLaughlin e Di Meola. Non si trattava di mettere un po’ di jazz sopra il flamenco per renderlo più “moderno”: era un confronto tra linguaggi, nel quale Paco rimaneva saldamente sé stesso. In The Guitar Trio lo si sente nella tensione ritmica di “La Estiba” e nella chiusura luminosa di “Cardeosa”, due composizioni che portano la sua firma.
Al Di Meola: precisione elettrica, anima acustica
Al Di Meola, nato nel New Jersey nel 1954, si è imposto negli anni Settanta con una tecnica fulminea e un linguaggio che unisce jazz-rock, fusion e influenze mediterranee e latinoamericane. La sua esperienza con i Return to Forever di Chick Corea lo ha reso uno dei protagonisti della stagione più elettrica e virtuosistica della fusion. La velocità, però, non è mai soltanto un esercizio atletico: Di Meola lavora con accenti netti, linee ritmiche intricate e un senso della composizione che rende riconoscibili i suoi brani.
Nel trio la sua chitarra dialoga con la sensibilità flamenca di Paco e con l’approccio armonico di McLaughlin. “Beyond the Mirage”, “Espiritu” e “Azzura” mostrano lati diversi del suo mondo: energia, colore melodico e un gusto per le trame ritmiche che si intrecciano senza perdere chiarezza.
John McLaughlin: l’esploratore dell’armonia
John McLaughlin, chitarrista britannico nato nel 1942, è una figura centrale del jazz moderno e della fusion. Ha collaborato con Miles Davis nei primi anni Settanta e ha fondato la Mahavishnu Orchestra, laboratorio di una musica intensa, elettrica e complessa. In seguito ha approfondito il rapporto tra jazz e musica classica indiana con Shakti, dimostrando che la curiosità può essere una disciplina artistica tanto importante quanto la tecnica.
Nel Guitar Trio McLaughlin porta una visione armonica ampia e una scrittura capace di attraversare paesaggi musicali diversi. “Midsummer Night”, “Letter from India” e “Le Monastère dans les Montagnes” sono esempi del suo modo di comporre: melodie che si sviluppano con calma, colori inattesi e un senso del movimento che lascia respirare il brano anche quando la struttura è sofisticata.

Nove brani, nessun comprimario
Il disco alterna momenti di grande intensità a passaggi più contemplativi. Le chitarre si rincorrono, si sovrappongono e si scambiano il ruolo di guida; a volte una frase sembra aprire una porta e le altre due la attraversano, altre volte il brano si distende lasciando emergere il timbro di ogni strumento. Il recensore di AllMusic Scott Yanow sottolinea proprio questo equilibrio: musica composta e organizzata con cura, ma capace di conservare un’impressione di spontaneità, con esplosioni virtuosistiche che emergono senza trasformare l’intero album in una dimostrazione tecnica.
Se avete in mente il celebre Friday Night in San Francisco, preparatevi a un’esperienza diversa. Là l’energia del palco e l’adrenalina del confronto erano quasi palpabili; qui il trio sembra prendersi più tempo per esplorare le possibilità del suono acustico. Non è meno intenso: semplicemente, la tensione si costruisce anche nei silenzi, nelle pause e nel modo in cui una melodia viene consegnata da un musicista all’altro.
Perché ascoltarlo oggi
The Guitar Trio è un disco ideale anche per chi pensa che il jazz sia una faccenda riservata agli iniziati o che la chitarra acustica debba limitarsi a fare da accompagnamento. Non serve conoscere ogni accordo né distinguere al primo ascolto una falseta flamenca da una frase jazz. Basta lasciarsi guidare: seguire una melodia, ascoltare come cambia quando passa da una chitarra all’altra, notare quando il ritmo sembra accelerare e quando invece il brano si apre come un paesaggio.
E se suonate uno strumento, il piacere è doppio: ogni ascolto può rivelare un dettaglio nuovo nel tocco, nell’articolazione, nella gestione del tempo o nel modo in cui i tre musicisti si sostengono a vicenda. Ma il disco non è un manuale per chitarristi. È musica da ascoltare anche senza analizzarla, lasciando che la precisione diventi emozione e che il virtuosismo, invece di mettere distanza, inviti a entrare.
La cosa più affascinante è proprio questa: tre personalità così forti non si annullano in un suono uniforme. Restano riconoscibili, ma scelgono di mettersi al servizio di qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo. Non una fusione indistinta di flamenco e jazz, bensì, per usare una bella idea attribuita allo stesso Paco, una fusione di musicisti, prima ancora che di generi.
Il Luigi Pensiero
Se avete mai guardato un chitarrista virtuoso e pensato «be’, io allora posso anche appendere lo strumento al muro», niente paura: con questo disco il rischio è concreto. Ma non lasciatevi intimidire. La velocità di queste mani è impressionante, però la vera magia sta nel fatto che tre maestri non passano 53 minuti a dirsi quanto sono bravi: si ascoltano, si provocano e si fanno spazio. Mettetevi comodi, alzate il volume e lasciate perdere il conteggio delle note. Tanto, dopo un po’, vi verrà solo voglia di ricominciare da capo.
L’invito all’ascolto
Concedetevi l’album dall’inizio alla fine, senza usarlo come semplice sottofondo. Partite da “La Estiba” per entrare nel mondo di Paco, lasciatevi avvolgere da “Manhã de Carnaval”, e arrivate fino a “Cardeosa” per ascoltare come il trio saluta senza perdere il sorriso. Poi, se vi va, tornate a Friday Night in San Francisco e Passion, Grace and Fire: tre capitoli diversi della stessa conversazione musicale.
Perché la grande musica non ha bisogno di essere spiegata fino all’ultima nota. A volte basta darle il tempo di parlare.
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