La gioia come risposta al dolore: il jazz britannico attraversa Africa, Caraibi e Londra
Dal mucchio delle uscite di settembre, un disco che meritava un ascolto in più
Stavo leggendo, con il mio sempre attento e puntiglioso interesse, l’articolo di Rolling Stone Italia dedicato alle uscite discografiche di settembre 2026. Tra i titoli segnalati, uno mi ha inevitabilmente fatto fermare: Here Because of Hope degli Ezra Collective. E, trattandosi di Sottopalco, ho pensato che fosse doveroso fare quello che ogni buon recensore dovrebbe fare almeno ogni tanto: dire la propria anche quando nessuno gliel’ha chiesta.
Il punto, però, è che questo quarto album del quintetto londinese offre davvero parecchi motivi per essere ascoltato. Non è semplicemente un disco di jazz contemporaneo con qualche contaminazione piazzata qua e là per renderlo più moderno. È un lavoro costruito intorno a un’idea precisa: raccontare, attraverso la musica, il viaggio della diaspora nera dall’Africa ai Caraibi fino alle strade di Londra, mettendo al centro una domanda apparentemente semplice e invece enorme: perché tanta musica black, nata da dolore, oppressione, migrazione e conflitto, riesce a suonare così profondamente gioiosa?
La risposta degli Ezra Collective è tutta nel titolo: hope, speranza. Non una speranza ingenua o zuccherosa, ma una forza capace di trasformare memoria, sofferenza e identità in movimento, ritmo e comunità.
La mia impressione: il jazz quando decide di non chiedere il permesso
Personalmente considero Here Because of Hope un pregevole punto d’incontro tra sonorità classiche e moderne, dove gli Ezra Collective si divertono a prendere alcune regole elementari del jazz, del soul e della musica nera e a stiracchiarle fino al limite. E quando lo fanno bene, viene spontaneo dirlo: ti fanno rizzare i peli delle braccia.
Tempi e controtempi si aggrovigliano in modo sublime. La batteria di Femi Koleoso non è soltanto il motore del quintetto: è spesso il luogo nel quale le diverse tradizioni ritmiche si incontrano, si rincorrono e si contraddicono. Il basso di TJ Koleoso costruisce una base elastica, mentre tastiere, sax e tromba aggiungono colori, aperture e improvvise deviazioni.
È proprio questa elasticità a rendere il disco interessante anche per chi normalmente associa il jazz a qualcosa di difficile, cerebrale o riservato agli addetti ai lavori. Qui il jazz è fisico. Si ascolta, ma soprattutto si sente nel corpo.
Tre movimenti, un viaggio attraverso la diaspora
L’album è articolato in tre parti, introdotte dagli interventi spoken word di Letitia Wright. La struttura non è un semplice espediente narrativo: accompagna un percorso geografico e culturale che collega Africa occidentale, Caraibi e Londra.
PART 1 – L’inizio del viaggio. Blow Your Trumpet apre il disco con un’energia che mette subito in chiaro le intenzioni: soul, jazz e pulsazioni ritmiche convivono senza che nessuno dei tre elementi sembri voler prendere il comando. Sweet Echo e Don’t Worry ampliano il quadro, mentre Only Love, con Pa Salieu, porta la voce dentro il racconto.
PART 2 – Le contaminazioni si moltiplicano. Birdie Sings, The Last Stand, Well Organised con Lila Iké, El Corazón e Bunny on the Rise spostano progressivamente il baricentro verso dub, reggae, highlife, latin e altre forme della diaspora. È probabilmente qui che emerge con più evidenza la capacità degli Ezra Collective di far convivere linguaggi diversi senza trasformare il disco in un catalogo di citazioni.
PART 3 – Il ritorno a Londra. All I Need, con Leona Lewis, apre una dimensione soul più ampia; Jubilee Feeling introduce una leggerezza quasi da dancefloor; Black Flag porta echi di broken beat e Most High, con Libianca, chiude il percorso lasciando l’impressione di una musica che non ha bisogno di cancellare il passato per guardare avanti.
Il dettaglio che fa la differenza: il ritmo
Se dovessi indicare una sola porta d’ingresso all’album, sceglierei il ritmo. Gli Ezra Collective non trattano il groove come semplice accompagnamento: lo usano come linguaggio narrativo. Dub, afrobeat, dancehall, highlife, latin, soul, broken beat e jazz fusion entrano ed escono dalle composizioni con una naturalezza che nasconde un lavoro di costruzione tutt’altro che semplice.
Non è soltanto un disco 'che mette allegria'
La cosa più interessante è che la gioia non è qui un punto di partenza, ma una conquista. Alcune recensioni hanno insistito proprio su questo aspetto: il disco non si limita alla festa, ma attraversa momenti più riflessivi e costruisce un arco che va dalla malinconia alla liberazione. Still Listening lo descrive come un lavoro particolarmente coerente e capace di trasformare la speranza in una forma musicale gioiosa e coinvolgente.
Non tutti, però, hanno accolto senza riserve l’idea narrativa dell’album. DMY ha osservato criticamente che raccontare la diaspora nera soprattutto attraverso la speranza rischia di lasciare fuori una parte della complessità storica e politica di quella esperienza. È una lettura utile perché permette di non confondere l’ambizione del progetto con l’idea che la sua prospettiva sia l’unica possibile.
La mia lettura: quando la contaminazione diventa linguaggio
È qui che, personalmente, trovo il disco più convincente. La contaminazione non viene utilizzata come decorazione. Non abbiamo un brano jazz, poi uno reggae, poi uno soul, come se il gruppo avesse semplicemente deciso di mettere tante etichette nello stesso contenitore. Gli Ezra Collective lavorano invece sulla zona di confine: quella nella quale il jazz smette di essere una categoria chiusa e torna a essere, prima di tutto, un modo di ascoltare e rielaborare ciò che gli sta intorno.
Per chi ascolta con attenzione, ci sono continui piccoli spostamenti di accento, incastri ritmici, cambi di densità e dialoghi tra sezione ritmica e fiati. Per chi invece vuole semplicemente lasciarsi trascinare, il disco funziona ugualmente. Ed è forse questa la sua qualità più democratica: può essere analizzato oppure ballato. Meglio ancora, può essere ballato mentre lo si analizza.
Scheda tecnica
| Artista | Ezra Collective |
| Album | Here Because of Hope |
| Uscita | 11 settembre 2026 |
| Etichetta | Partisan Records |
| Formato | 17 tracce / circa un’ora |
| Formazione | Femi Koleoso – batteria; TJ Koleoso – basso; Joe Armon-Jones – tastiere; James Mollison – sax; Ife Ogunjobi – tromba |
| Ospiti principali | Pa Salieu, Lila Iké, Leona Lewis, Libianca; spoken word di Letitia Wright |
| Coordinate sonore | Jazz fusion, soul, afrobeat, dub, reggae/dancehall, highlife, latin, broken beat, funky house |
| Struttura | Tre parti: Africa occidentale → Caraibi → Londra |
Tracklist
• 1. Part 1 (read by Letitia Wright)
• 2. Blow Your Trumpet
• 3. Sweet Echo
• 4. Don’t Worry
• 5. Only Love (feat. Pa Salieu)
• 6. Someday
• 7. Part 2 (read by Letitia Wright)
• 8. Birdie Sings
• 9. The Last Stand
• 10. Well Organised (feat. Lila Iké)
• 11. El Corazón
• 12. Bunny on the Rise
• 13. Part 3 (read by Letitia Wright)
• 14. All I Need (feat. Leona Lewis)
• 15. Jubilee Feeling
• 16. Black Flag
• 17. Most High (feat. Libianca)
Cosa ascoltare, se non sei un esperto di jazz
1. Ascolta il basso e la batteria
Non cercare subito di capire gli accordi. Segui il movimento del basso e prova a individuare dove la batteria sposta l’accento.
2. Ascolta i fiati
Tromba e sax non servono soltanto a creare la melodia: spesso reagiscono alla sezione ritmica, creando tensione e risposta.
3. Segui le contaminazioni
Prova a riconoscere quando il brano si sposta verso dub, reggae, afrobeat, latin, soul o broken beat. Non serve indovinare il genere: basta percepire il cambio di linguaggio.
4. Ascolta l’album intero
La struttura in tre parti rende meno efficace l’ascolto casuale di singoli brani. Qui il viaggio conta quasi quanto le singole tappe.
Il confronto con le altre recensioni
Il quadro emerso dalle recensioni pubblicate nel settembre 2026 è nel complesso molto favorevole, ma non uniforme. Rockol insiste sulla dimensione sociale e politica del neo-jazz londinese; DJ Mag mette in evidenza la ricchezza delle influenze; Still Listening sottolinea la maturità e la coerenza della struttura in tre parti; DMY propone invece una critica sul modo in cui il tema della diaspora viene filtrato attraverso la speranza. Anche Jazzism osserva che il gruppo dà il meglio quando la musica sembra svilupparsi in modo naturale e non eccessivamente programmato.
Questa pluralità di letture è interessante perché conferma che Here Because of Hope non è un disco facilmente riducibile alla formula 'jazz contemporaneo + groove'. Ha una precisa ambizione narrativa e culturale, e proprio per questo può essere ascoltato su più livelli.
Verdetto d’ascolto – alla mia maniera
Se mi chiedete semplicemente se mi è piaciuto, la risposta è sì. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Here Because of Hope è uno di quei dischi che riescono a fare una cosa non così comune: prendere una materia storica e culturale pesante e trasformarla in musica vitale senza svuotarla del suo significato.
È un disco colto senza fare il professore, sofisticato senza diventare snob, ritmico senza essere soltanto un invito alla festa. E soprattutto è un disco nel quale il jazz non sembra una gabbia, ma una lingua franca: un punto di partenza dal quale partire per andare altrove.
La mia frase da 15 parole: “Un viaggio nero, londinese e universale dove jazz, groove e speranza fanno finalmente pace.”
The Last Stand • Ezra Collective
Fonti e link per approfondire
• Rolling Stone Italia – “I dischi da ascoltare a settembre 2026”, 3 settembre 2026.
• Rockol – Michele Boroni, “Ezra Collective: il neo-jazz londinese diventa identità politica”, 20 settembre 2026.
• DJ Mag – Anna Grubauer, recensione di Here Because of Hope.
• Still Listening Magazine – Lilia Rowe, recensione del 22 settembre 2026.
• DMY – Giulio Pecci, recensione dell’11 settembre 2026.
• Jazzism – recensione del 24 settembre 2026.
• Ezra Collective – sito ufficiale / Bandcamp: tracklist, formazione e presentazione dell’album.
• Spotify – Here Because of Hope, Ezra Collective.
Ascolta Ezra Collective:






















