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La nostra intervista a Giuditta Franco – Dove la voce diventa musica

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Ci sono voci che servono a raccontare una canzone e altre che, a un certo punto del proprio percorso, sentono il bisogno di diventare qualcosa di più. È un po' quello che sembra accadere a Giuditta Franco, giovane interprete che negli ultimi anni ha costruito il proprio percorso muovendosi tra jazz, musica brasiliana, composizione e improvvisazione.

Con Dust, quella ricerca sembra compiere un ulteriore passo in avanti. Qui la voce non sta semplicemente davanti al pianoforte di Guglielmo Santimone, al contrabbasso di Francesco Bordignon e alla batteria di Edoardo Battaglia: entra nel tessuto musicale, dialoga con gli strumenti, gioca con timbro, respiro, parola e silenzio. La presenza del sax alto di Lorenzo Simoni, in cinque brani, amplia ulteriormente questo spazio sonoro.

Abbiamo quindi deciso di partire da Dust, ma di andare anche molto più indietro: alle origini musicali di Giuditta Franco, agli artisti che hanno contribuito alla sua formazione, agli incontri che hanno accompagnato la sua crescita e alle esperienze che l’hanno portata fino a questa nuova dimensione della sua musica.

Proprio per questo la redazione di Sottopalco ha scelto di offrirle uno spazio speciale, quello dell’intervista, con l’obiettivo di conoscerla più da vicino e di permettere anche al nostro pubblico di scoprire non soltanto l’artista, ma la persona che c’è dietro quella voce. Ci interessa capire da dove nasce il suo percorso, quali incontri e quali esperienze lo hanno arricchito e, soprattutto, come sia cambiata Giuditta in questi anni: come donna, come musicista e come interprete.

Perché dietro ogni disco ci sono sempre una storia, delle scelte, dei dubbi, delle scoperte e un percorso umano che spesso non riescono a trovare spazio nei solchi di un album. E conoscere questo percorso significa anche poter ascoltare Dust con orecchie diverse, cogliendo magari sfumature che al primo ascolto potrebbero sfuggire.

Perché prima di capire un disco, spesso, bisogna conoscere la voce che lo ha immaginato. E qualche volta, per capire davvero quella voce, bisogna conoscere anche la donna che la porta con sé.

1. Partiamo dalle origini. Chi è Giuditta Franco quando non è semplicemente “la voce” che ascoltiamo in un disco?

Il mio primo contatto con la musica è arrivato dalla mia famiglia: mio padre è flautista classico e mia nonna è soprano. Grazie a loro ho iniziato a studiare pianoforte e sono entrata molto presto nel mondo della musica classica, sviluppando una grande passione per compositori come Chopin e Rachmaninov. Parallelamente ho iniziato a cantare in un coro di voci bianche, con il quale ho avuto anche l’opportunità di partecipare alla produzione de La Bohème in diversi teatri italiani. È stata un’esperienza importante, perché mi ha permesso di avvicinarmi alla musica anche attraverso la voce e il lavoro d’insieme. Negli anni successivi ho iniziato a studiare anche pianoforte jazz e, frequentando i Berklee at Umbria Jazz Clinics, ho scoperto il mondo dell’improvvisazione. È stato lì che ho sentito di voler approfondire quella direzione e ho deciso di proseguire il mio percorso in conservatorio, avvicinandomi sempre di più al canto come strumento espressivo.

2. Quali sono stati gli artisti e gli ascolti che hanno formato la tua sensibilità musicale?

I miei primi ascolti sono legati sicuramente ai Beatles e alla musica classica, in particolare alla musica romantica francese. Mio padre suonava in diversi progetti legati a questo repertorio, quindi sono cresciuta ascoltando una musica molto lirica, ricca di colori e di una certa dimensione sentimentale. Credo che abbia influenzato profondamente la mia sensibilità musicale, anche se nel tempo il mio percorso ha preso una direzione diversa. Quando sono entrata nel mondo del jazz, tra le voci quelle che mi hanno colpito maggiormente sono state Sarah Vaughan e Nancy Wilson, mentre dal punto di vista strumentale ho sempre sentito una forte affinità con Bill Evans. Nel suo pianismo ritrovo, in qualche modo, qualcosa di quella sensibilità che avevo incontrato nella musica classica: il modo di trattare il suono, l’attenzione al colore, alla dinamica e alle sfumature. È un ascolto a cui torno ancora oggi, proprio perché continua a darmi spunti anche al di fuori del jazz.

 

3. Nei tuoi primi lavori, come Retrato Brasileiro, emerge un legame molto forte con la musica brasiliana. Cosa ti ha attirato di questo genere e di quella particolare cultura musicale?

La musica brasiliana mi ha sempre attirato per la sua capacità di essere profonda senza perdere immediatezza. C’è una semplicità nel modo in cui viene trattata la melodia, ma allo stesso tempo una grande ricchezza armonica e una dimensione di saudade che sento molto vicina alla mia sensibilità. Mi colpisce soprattutto il modo in cui molti interpreti brasiliani riescono a essere diretti, senza appesantire il gesto musicale, lasciando che siano il suono, la parola e la melodia a parlare. Ho iniziato naturalmente dai grandi compositori, come Jobim, Vinícius de Moraes e Baden Powell, ma nel tempo mi sono avvicinata anche a figure come Chico Buarque, Egberto Gismonti e Milton Nascimento, scoprendo modi molto diversi di intendere il rapporto tra melodia, armonia e parola. Credo che di quel mondo mi sia rimasto soprattutto un certo modo di cercare l’essenziale. Anche oggi mi interessa molto l’idea di non aggiungere qualcosa semplicemente per riempire uno spazio, ma di lasciare che ogni elemento abbia il proprio peso. E forse è rimasta anche quella vena malinconica, non tanto come sentimento da esprimere, quanto come qualità del suono e del modo di interpretare.

 

4. Le collaborazioni sembrano avere avuto un ruolo importante nella tua crescita. Quali musicisti hanno lasciato un segno particolare nel tuo percorso artistico?

I musicisti con cui ho registrato Dust sono prima di tutto persone con cui sono cresciuta, sia personalmente che musicalmente. Guglielmo Santimone, Francesco Bordignon ed Edoardo Battaglia mi hanno dato moltissimo fin da quando li ho conosciuti e sono musicisti che ho sempre ammirato e dai quali mi sono sentita profondamente stimolata. Abbiamo iniziato a condividere il percorso durante gli anni a Siena Jazz e trovo molto bello poter continuare a crescere insieme, ritrovandoci nel tempo e osservando come la nostra musica si trasformi insieme a noi. Credo che sia proprio questa continuità ad aver lasciato un segno importante nel mio percorso: vedere come, attraverso gli anni e le esperienze, cambiano le nostre idee, il nostro modo di suonare e anche il modo in cui riusciamo a dialogare musicalmente.

 

5. Con INTIMA hai lavorato in una formazione molto raccolta, con pianoforte e contrabbasso. Quanto è importante per te il dialogo con gli altri musicisti?

Nel fare musica trovo molto interessante cercare un equilibrio paritario tra le diverse parti. Per come la vedo io, la voce è uno strumento che può raccontare una storia attraverso le parole, ma che può anche assumere altre funzioni, intrecciandosi con gli altri strumenti e diventando parte del tessuto musicale. Questo modo di pensare mi interessa particolarmente nei contesti più raccolti, dove ogni elemento ha la possibilità di essere ascoltato e di modificare quello che sta accadendo. Anche nella scrittura cerco quindi di lasciare degli spazi che possano essere attraversati e trasformati durante l’esecuzione. In questo senso l’improvvisazione diventa una parte naturale del processo: i musicisti non sono semplicemente chiamati a eseguire una struttura, ma a mettersi in ascolto gli uni degli altri e, di conseguenza, al servizio della musica.

 

6. Arriviamo a Dust. Il disco sembra segnare un passaggio importante: dalla rilettura di un repertorio conosciuto alla costruzione di un universo musicale molto più personale. Quando hai capito che volevi intraprendere questa direzione?

Essendo il primo disco a mio nome, sentivo l’esigenza che fosse innanzitutto una presentazione di me stessa come artista, il più possibile completa. Questo significava mettermi in gioco non solo attraverso l’interpretazione, ma anche attraverso la scrittura e la composizione, seguendo una necessità che sentivo sempre più presente nel mio percorso. Durante gli anni a Siena Jazz ho incontrato molti musicisti, tra insegnanti e compagni di viaggio, che mi hanno portato a riflettere molto sul tema della propria voce e della propria identità musicale. Credo che proprio da lì sia iniziato un percorso più consapevole di esplorazione di me stessa come artista, non soltanto come interprete. Dust nasce quindi gradualmente da questa esigenza: trovare un modo personale di raccontarmi attraverso la musica, anche attraverso la composizione.

 

7. In Dust la voce non sembra essere soltanto il mezzo attraverso il quale raccontare una storia, ma diventa essa stessa uno strumento musicale.

Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo all’ascolto di artisti come Kenny Wheeler e Norma Winstone e, in particolare, del loro trio Azimuth, a cui ho dedicato una parte della mia tesi di laurea magistrale. Mi ha affascinato soprattutto il modo in cui la voce viene utilizzata all’interno dell’ensemble, non soltanto come veicolo della parola e della melodia, ma come uno strumento capace di assumere funzioni diverse e di dialogare con gli altri elementi della musica. Da questo ascolto è nata anche l’esigenza di approfondire la conoscenza della mia voce attraverso un percorso di studio e ricerca, che ha incluso l’improvvisazione libera e l’esplorazione di tecniche estese. Mi interessava andare oltre ciò che già conoscevo del mio strumento e scoprire possibilità timbriche e sonore nuove. È stato anche un modo per conoscere meglio la mia voce e, attraverso di essa, alcuni aspetti della mia identità musicale.

 

8. Nel disco l'armonia sembra spesso vivere in una zona sospesa: consonanze, dissonanze, accordi che non cercano necessariamente una risoluzione immediata.

Quando compongo mi è rimasta la naturalezza di partire quasi sempre dal pianoforte. È lo strumento attraverso il quale mi viene più spontaneo trasformare un’idea creativa in musica e, nella maggior parte dei casi, il punto di partenza è proprio l’armonia. Mi interessa molto la possibilità di creare tensione e lasciare che la musica rimanga per un momento in una zona non completamente risolta, senza sentire necessariamente il bisogno di arrivare subito a una conclusione. Ci sono però delle eccezioni. Sopra o vento, per esempio, è nato da una poesia di Fernando Pessoa che mi suggeriva già dei suoni e delle immagini molto precise. In quel caso sono partita dalla melodia, improvvisandola direttamente sulle parole, e solo in un secondo momento ho costruito la struttura armonica e formale del brano. Mi capita spesso, proprio quando lavoro sulla poesia, di partire dalla parola e lasciare che sia la melodia a suggerire successivamente tutto il resto. In questi casi il processo è quasi opposto a quello che seguo normalmente al pianoforte, e trovo interessante lasciare che sia l’origine stessa dell’idea a determinare il modo in cui il brano prende forma.

 

9. Il titolo Dust è molto evocativo. Nella recensione abbiamo evocato la polvere come ciò che rimane, qualcosa che si deposita ma che può anche essere nuovamente sollevato e tornare nell'aria.

Per me Dust, polvere, è qualcosa di fragile, sottile e inafferrabile. È un’immagine che si riflette nell’album su due livelli. Da un lato c’è una dimensione più musicale, legata agli spazi, alla ricerca sul suono, all’importanza del silenzio e della delicatezza. Sono elementi che considero fondamentali nel modo in cui ho costruito l’album e nel modo in cui penso la musica. Dall’altro c’è una dimensione più umana. La polvere mi fa pensare alla fragilità, alle nostre insicurezze e a qualcosa che non possiamo afferrare completamente, ma che fa comunque parte di noi. Dust è quindi il ritratto di un momento del mio percorso musicale, ma anche, inevitabilmente, di una parte della mia vita. I testi e la musica nascono infatti anche da esperienze personali e da ciò che ho attraversato, e il titolo voleva tenere insieme proprio questi due mondi.

 

10. Dopo Retrato Brasileiro, INTIMA e oggi Dust, quale Giuditta Franco dobbiamo aspettarci nei prossimi anni?

Dust termina con un Outro nato da un’improvvisazione, costruito attraverso diversi layers di voce che si sovrappongono e si rincorrono, creando quasi un’ambientazione onirica. È una traccia in solo che, in qualche modo, contiene già alcune delle direzioni che vorrei esplorare in futuro. Mi piacerebbe partire proprio da lì e dedicare una parte della mia ricerca alle possibilità della voce sola, approfondendo ancora di più il rapporto tra parola e spazio. Mi interessa in particolare il modo in cui il testo può plasmare lo spazio sonoro e trasformarlo, ma vorrei farlo attraverso una dimensione maggiormente elettronica, utilizzando l’elaborazione della voce per esplorare nuovi timbri e nuove possibilità espressive.

11. C'è qualcosa che chi ascolta oggi Giuditta Franco per la prima volta rischia di non cogliere immediatamente, ma che per te è fondamentale?

Credo che una delle cose che sto scoprendo più profondamente nel mio percorso, e che ho cercato di dare spazio anche in Dust, sia la versatilità della voce. Siamo forse abituati a pensare alla voce soprattutto come a uno strumento narrativo, legato alle parole e al significato del testo, ma per me si può raccontare anche in altri modi. Può creare una narrazione attraverso i suoi colori, i suoi timbri, il respiro, il silenzio e attraverso approcci compositivi e improvvisativi differenti. È proprio questa possibilità che mi interessa esplorare: capire quante forme diverse possa assumere la voce senza perdere la sua capacità di comunicare.

Ascolta Giuditta Franco:

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