Ci sono dischi che chiedono di essere ascoltati e altri che, più semplicemente, chiedono di essere attraversati. Dust, il nuovo progetto di Giuditta Franco, appartiene alla seconda categoria. Pubblicato digitalmente il 31 luglio 2026 e disponibile in formato fisico dal 4 settembre per Jam/Unjam, con distribuzione Universal Music Italia, il disco non sembra interessato a dimostrare quanto una giovane cantante sappia cantare. La domanda che pone è diversa: fino a dove può arrivare la voce quando smette di essere soltanto il veicolo di una melodia e diventa materia musicale?
È questo, probabilmente, il punto più interessante di Dust. La voce di Giuditta Franco non viene messa davanti al gruppo come un elemento da accompagnare, ma dentro il gruppo. Pianoforte, contrabbasso e batteria non costituiscono un semplice sostegno armonico e ritmico: partecipano alla costruzione di un organismo sonoro nel quale il confine fra voce e strumenti diventa volutamente meno netto. Guglielmo Santimone, Francesco Bordignon ed Edoardo Battaglia formano, con Giuditta Franco, il nucleo del quartetto, mentre Lorenzo Simoni, presente in cinque brani, aggiunge al progetto una seconda voce melodica capace di ampliare ulteriormente gli spazi timbrici.
Dal punto di vista strettamente musicale, Dust si colloca in quella zona del jazz contemporaneo nella quale la tonalità tradizionale non viene necessariamente abbandonata, ma viene continuamente messa in discussione. Le armonie sembrano funzionare più come ambienti sonori che come semplici successioni di accordi: momenti di relativa stabilità convivono con aperture dissonanti, sospensioni e passaggi nei quali la sensazione di una tonalità precisa tende volutamente a sfumare.

Non è quindi un jazz costruito esclusivamente sulla classica alternanza fra tensione e risoluzione. Il rapporto fra consonanza e dissonanza diventa parte dell'espressione emotiva. Un accordo può non avere bisogno di “risolvere” immediatamente; può rimanere sospeso, creando quella sensazione di attesa che caratterizza buona parte dell'estetica del disco. Allo stesso modo, gli spostamenti fra maggiore e minore non vanno letti soltanto come cambiamenti armonici, ma come vere variazioni di temperatura emotiva.
La scrittura sembra privilegiare più il colore dell'accordo che la sua funzione. Estensioni, note aggiunte, sovrapposizioni e intervalli aperti contribuiscono a creare un tessuto nel quale pianoforte, contrabbasso, batteria e voce possono muoversi senza essere costretti dentro una griglia armonica troppo rigida. È una caratteristica che avvicina Dust al jazz contemporaneo di ricerca, più che al jazz vocale tradizionale o allo standard jazzistico.
Particolarmente interessante è il trattamento della voce. Giuditta Franco utilizza il registro vocale non soltanto per costruire melodie, ma anche per produrre timbro, densità, respiro e movimento. In alcuni momenti la voce può essere percepita quasi come uno strumento aggiuntivo dell'ensemble; in altri torna a essere parola, recuperando la propria funzione narrativa. Questo continuo passaggio fra voce semantica e voce fonica è probabilmente uno degli elementi che caratterizzano maggiormente l'identità di Dust.
Anche la presenza del sax alto di Lorenzo Simoni contribuisce a questa concezione: non sembra aggiungere semplicemente un ulteriore solista, ma amplia la tavolozza dell'ensemble, creando un dialogo fra due strumenti a fiato, voce e sax, capaci di condividere registro, fraseggio e respiro.
Il genere, dunque, si potrebbe definire come jazz contemporaneo vocale, con una forte componente di ricerca timbrica e improvvisativa, nel quale confluiscono elementi di vocal jazz, composizione contemporanea e libera improvvisazione. Ma sarebbe riduttivo fermarsi all'etichetta. La caratteristica più evidente di Dust è infatti il tentativo di trasformare l'armonia e il timbro in strumenti per raccontare stati emotivi.
Ed è forse proprio qui che il disco trova la propria cifra: le dissonanze non servono a rendere la musica più difficile, così come le consonanze non servono semplicemente a renderla più piacevole. Entrambe diventano emozione. La musica sembra muoversi continuamente fra ciò che trova una definizione e ciò che preferisce rimanere sospeso. Fra maggiore e minore, fra parola e silenzio, fra melodia e gesto vocale. È una musica che non cerca sempre una risposta armonica, perché talvolta è proprio l'attesa della risposta a costituire il sentimento.
Dust vive soprattutto di sottrazione, ascolto reciproco, sospensioni e piccoli spostamenti. La ricerca non è quella dell'effetto spettacolare, ma dell'emozione che nasce quando un suono trova il proprio spazio e una frase musicale sembra arrivare un istante prima o un istante dopo rispetto a ciò che ci aspettiamo. È una musica che lascia respirare il silenzio e che, proprio per questo, riesce a rendere più significativi i momenti in cui la voce entra pienamente in primo piano.
Anche il rapporto con la parola è affrontato senza gerarchie. In Dust convivono testi originali, frammenti poetici e momenti nei quali la voce sembra liberarsi dal significato delle parole per concentrarsi sul loro peso fonico. Una sillaba, una consonante, un respiro possono diventare parte dell'arrangiamento tanto quanto una nota di pianoforte o una linea di contrabbasso. È una scelta che avvicina il disco alle esperienze più interessanti della vocalità jazz contemporanea, dove cantare e improvvisare non sono più necessariamente due attività separate.
L'aspetto più riuscito del progetto, però, è che la ricerca non appare mai fine a se stessa. Dietro la costruzione timbrica si percepisce una precisa esigenza emotiva. Dust sembra voler conservare sulla superficie della musica qualcosa che nella vita tende a dissolversi: un ricordo, una sensazione, una relazione, un momento difficile da definire. La musica diventa così una forma di memoria non narrativa. Non racconta necessariamente che cosa è accaduto; prova piuttosto a restituire come ci si è sentiti mentre accadeva. È qui che il titolo Dust acquista una forza particolare: la polvere è ciò che rimane, ciò che si deposita, ma anche ciò che può essere sollevato nuovamente e tornare nell'aria.
Ascoltando il percorso artistico di Giuditta Franco, Dust appare inoltre meno come un esordio assoluto e più come un punto di maturazione. La sua discografia comprende già Retrato Brasileiro, realizzato nel 2022 con il chitarrista Pietro Pasinato, un lavoro costruito sui grandi classici della bossa nova e caratterizzato da una dimensione raccolta e intimista. Nel 2025 è arrivato INTIMA, con Francesco Pollon al pianoforte e Stefano Zambon al contrabbasso: un progetto nel quale standard e composizioni originali, in italiano, inglese e portoghese, convivevano all'interno di un suono essenziale. Dust compie un passo ulteriore: non si limita più a interpretare un repertorio, ma mette al centro la composizione, l'improvvisazione e la ricerca sulla natura stessa della voce.
Il confronto con Retrato Brasileiro è particolarmente significativo. In quel disco la voce di Giuditta Franco mostrava già una notevole maturità, sostenuta da un timbro morbido e da un fraseggio controllato, ma il fascino nasceva anche dalla familiarità delle composizioni di Jobim, Vinícius de Moraes e Baden Powell. In Dust il terreno è molto più personale e meno prevedibile. Non c'è un repertorio conosciuto a cui appoggiarsi: l'ascoltatore deve entrare nella musica seguendo il suono, il respiro e le relazioni fra i musicisti. È una differenza sostanziale, perché obbliga Giuditta Franco a esporsi non soltanto come interprete, ma come autrice e protagonista di una precisa idea musicale.
Anche INTIMA può essere considerato una tappa importante verso Dust. Quel trio aveva già sviluppato una forte attenzione all'equilibrio timbrico e all'intimità del dialogo. Brani come Sopra o vento e Undecisive mostravano una cantante interessata non soltanto alla linea melodica, ma alla possibilità di costruire atmosfere e lasciare spazio agli interlocutori. Dust amplia quella ricerca attraverso un ensemble più articolato e una scrittura che sembra voler trasformare la voce in una vera e propria superficie compositiva.
La sensazione finale è quella di un'artista che sta progressivamente trovando una propria voce, nel senso più ampio del termine. E forse è questo il merito maggiore di Dust. Giuditta Franco non sembra avere fretta di definire un'etichetta per la propria musica. Preferisce lasciarla aperta, sospesa fra jazz, poesia, improvvisazione e ricerca timbrica. È una scelta coraggiosa, soprattutto per una musicista giovane, perché rinuncia in parte alla facilità di una formula immediatamente riconoscibile.
Dust è quindi un disco da ascoltare con attenzione, ma non con strumenti da laboratorio. Non serve analizzare ogni passaggio o cercare di capire immediatamente dove voglia andare. Conviene lasciarsi guidare dalle emozioni, dalle pause, dal dialogo fra la voce e il trio, dall'ingresso del sax di Lorenzo Simoni, dalle variazioni di densità e dai momenti in cui la parola sembra perdere il proprio significato per diventare pura materia sonora. È proprio in questi spazi che il disco trova la sua identità più autentica.
Se Retrato Brasileiro ci aveva presentato una giovane interprete capace di abitare con eleganza la grande tradizione della musica brasiliana e INTIMA aveva mostrato una sensibilità sempre più orientata al dialogo e alla ricerca, Dust ci consegna qualcosa di più personale: una musicista che prova a trasformare sentimenti, ricordi e frammenti di esperienza in materia musicale. Non sempre cerca la bellezza più immediata; cerca piuttosto quella più fragile, quella che rimane dopo l'ascolto. E quando riesce nel suo intento, la voce di Giuditta Franco non canta semplicemente qualcosa. Sembra ricordarcelo.
SCHEDA
Artista
Giuditta Franco
Titolo
Dust
Etichetta
Jam/Unjam
Distribuzione
Universal Music Italia
Uscita digitale
31 luglio 2026
Uscita fisica
4 settembre 2026
Formazione
Giuditta Franco – voce; Guglielmo Santimone – pianoforte; Francesco Bordignon – contrabbasso; Edoardo Battaglia – batteria; Lorenzo Simoni – sax alto (tracce 1, 2, 5, 6, 9)
FONTI
• Comunicato stampa Claudia Pasquini.
• Spotify – Dust, Giuditta Franco: https://open.spotify.com/intl-it/album/2EZapvdcQcEGSd9OHecfdC
• New England Conservatory – recital di Giuditta Franco, 19 aprile 2026.
• Maecenates – profilo artistico e discografia di Giuditta Franco.
• Qobuz / Apple Music – Retrato Brasileiro (2022).
• Presto Music / Amazon Music – INTIMA (2025).
Ascolta Dust di Giuditta Franco:






















